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8 giugno 2007

Un Codice Egizio per Raimondo de Sangro (con aggiornamento)

AGGIORNAMENTO. Sono costretto a rimuovere il docufilm di Mariano Iodice perchè non riesco a disattivare l'autoplay! Raccoon mi tirerebbe le orecchie...! Comunque potete ancora vedere Codice Egizio seguendo questo link, che vi porta sul sito di Arcoiris Tv. Ciao...




Bene. Accantonata l’amarezza per l’inevitabile esclusione dai David (vedi post precedente), vi propongo ancora un filmato. Qualcosa di più attinente ai contenuti di questo mio masonic-blog: si tratta di Codice Egizio, un docu-film alquanto singolare. L’argomento è di quelli ghiotti: esoterismo a Napoli, Massoneria di rito egizio, Cagliostro, il Principe di Sansevero, l’alchimia e i luoghi di forza. L’autore, Mariano Iodice, è un giornalista e ricercatore, studioso di Massoneria (in particolare del rito egizio di Cagliostro). Il taglio del suo docu-film è sicuramente originale: dissolvenze, simboli che svolazzano in una atmosfera di sogno, le strade di Napoli trasformate in una scenografia naturale di sicuro impatto e, per finire, le musiche di Ennio Morricone. Tra le citazioni della sceneggiatura figurano anche dei passi tratti da Napoli Esoterica del compianto Mario Buonoconto. Un omaggio che il professore avrebbe gradito.
Dura circa 28 minuti, ed è stato trasmesso per la prima volta da Arcoiris tv. Vi assicuro che ne vale la pena. Buona visione e fatemi sapere cosa ne pensate.

1 aprile 2007

Misteri eleusini: un'ipotesi



Ci metto un po’ troppo tempo a scrivere qualcosa ultimamente, eppure di cose da dire ce ne sarebbero a iosa. Come ho scritto precedentemente, deve essere la primavera che mi trascina nel pigro allungarsi delle giornate.

Facendomi forza, sono riuscito finalmente a scrivere qualcosa sull’Equinozio di primavera passato ormai da 10 giorni. qualcosa che non sia troppo trito e ritrito. Un paio di spunti. Tra gli innumerevoli riti sparsi su tutta la terra, mi sembra ovvio soffermarmi su quelli a noi più vicini. In senso spaziale, non certo temporale. Mi auto-esonero dallo scrivere qualcosa sulla Pasqua, per dedicare due parole ai Misteri eleusini.

 

.1 Come si sa, essi, i Misteri, erano divisi in due fasi che coincidevano più o meno con i due equinozi. Nella prima fase (i Piccoli Misteri primaverili) i neofiti acquisivano il grado di mystes; grazie ad esso, sei mesi dopo, erano ammessi ai Grandi Misteri (i critici non sono concordi nel riconoscere un ulteriore grado, quello dell’epoptia). È interessante riportare la formula (tramandataci da Firmico Materno) che veniva pronunciata dai neofiti durante i Piccoli Misteri:

"Mi sono cibato dal timpano, ho bevuto dal cembalo, sono divenuto un mystes”.

Qualcuno commenta dicendo che grazie a questa formula sappiamo che vi era qualcosa da bere e da mangiare durante le cerimonie, ma io azzarderei un’altra ipotesi. Non tutti sanno, infatti, che vi è un’antica tradizione che lega la musica all’alchimia. Tant’è che spesso tra le figure che accompagnano i trattati alchemici o tra le decorazioni che troviamo su edifici ermetici, gli strumenti musicali occupano un posto importante. L’alchimista, tra le altre cose, è descritto talvolta come un musicista. Se la mia ipotesi bislacca ha un minimo di fondamento, cibarsi dal timpano o bere dal cembalo sta a significare: mi sono nutrito d’alchimia, ne ho appreso i fondamenti. Come ho detto all’inizio è solo uno spunto, un’ipotesi. Proseguiamo.

 

.2 Durante i Grandi Misteri autunnali, il mistes doveva sottoporsi ad altri riti. Secondo una formula liturgica tramandataci da Clemente alessandrino veniamo a conoscenza di una altra cosa estremamente interessante:

"Ho digiunato, ho bevuto il ciceone, ho prelevato dalla cista e dopo il mio lavoro ho deposto nel kalathos, poi dal kalathos alla cista"

Qui effettivamente si parla di una bevanda, il famoso ciceone, che secondo alcuni autori aveva anche un effetto allucinogeno. Non si parla di bere nel timpano o nel cembalo (se la cosa si volgeva così, alla lettera, era piuttosto scomodo come sistema per bere, non credete?), semplicemente di bere. In questo caso possiamo crederci. Ma la cosa si fa poi ancora più interessante: ho prelevato (qualcosa) dalla cista e dopo il mio lavoro (dopo averlo maneggiato) ho deposto nel kalathos, poi dal kalathos alla cista.

Dunque, questo mystes ha preso qualcosa da una cista (un canestro sacro) e dopo averlo “lavorato” (o maneggiato, secondo alcune traduzioni) lo ha deposto nel kalathos (un altro contenitore aperto) e da questo di nuovo nella cista. Insomma si passa questa cosa da una contenitore all’altro, maneggiandola o lavorandola. Una sorta di solve et coagula, non vi pare? Il mystes lavora su qualcosa (magari simbolicamente), comprende il segreto della sua preparazione. Vogliamo ancora parlare di agricoltura? Cosa toccavano questi iniziati ai Misteri Eleusini? Una spiga, qualcos’altro o una spiga che rappresentava qualcos’altro? Voglio concludere con un’immagine. A voi l’interpretazione.







permalink | inviato da il 1/4/2007 alle 18:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

23 dicembre 2006

Solstizio d'inverno



La Massoneria universale riconosce alcune «tappe» fondamentali lungo l’arco dell’anno, alle quali corrispondono altrettanti momenti rituali e conviviali. Uno di questi eventi, forse il più importante, è certamente la celebrazione del Solstizio d’inverno.

Lungi dal considerarsi una sorta di pseudo-religione pagana, la Massoneria celebra nel periodo intorno al 21 dicembre un rito dall’evidente simbolismo iniziatico. Candele nere, bianche e rosse; rami d’abete; la pietra cubica; la luce che circola tra le colonne del tempio sono altrettanti rimandi, neanche tanto velati, alla pratica alchemica.

A questo si aggiungano i riferimenti ad antiche feste del nord Europa, come la festa di Yule (Ladyrosenoire ne fa un bel resoconto), o ai Saturnalia degli antichi romani, durante i quali ci si scambiava doni ( le strenae). Anche gli adepti di Mitra celebravano la rinascita del loro dio il giorno del 25 dicembre (sempre in periodo solstiziale, quindi).

L’accento, sia in Massoneria che tra le culture nominate, è sempre sul lento ritorno della luce dopo l’inesorabile avanzata del buio che ha avuto inizio col solstizio d’estate. Così, quella che alcuni possono interpretare come una esaltazione dell’oscurità e della morte, non è altro che una festa di luce e amore. Una festa, come sottolinea la presenza dei rametti d’abete, di immortalità.

Che sia dedicato a Gesù, Mitra, Horus o che so io, la festa del solstizio d’inverno celebra, sempre e dappertutto, la speranza che il sole torni ad illuminare la terra, gli uomini e i loro lavori.




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16 novembre 2006

Alla ricerca dell'Arca Perduta



Un paio di post fa il Fratello Francesco ha lasciato una lunga sequenza di commenti in cui narra la storia «esoterica» dell’Arca dell’Alleanza. Ho trovato il tutto molto affascinante e così ho deciso di crearne un post. È un po’ lungo ma ne vale la pena. Ringrazio tanto Francesco per averci donato questa perla.

Prima di tuffarci nella lettura dello scritto, volevo lanciare una proposta per i Fratelli e gli amici Cannonauti di Napoli o in transito per Napoli tra il 1° e il 2° dicembre: sto organizzando, infatti, un tour esoterico di Napoli con Anabasi e altri amici. Chiunque voglia aggregarsi me lo faccia sapere non più tardi della fine della settimana prossima.
Ed ora a voi il testo di Francesco

ALLA RICERCA DELL’ARCA PERDUTA

Il Dio di Israele disse a Mosè:
«Farai un’arca di legno d’acacia e la rivestirai di oro puro. E dentro vi porrai la Testimonianza che io ti darò», comanda il Signore Jahweh. Mosè obbedi e costruì una cassa di 125 centimetri di lunghezza per 75 di altezza e larghezza e la rivestì di oro purissimo, coprendola con un coperchio dorato, detto propiziatorio. Sopra mise due piccole statuine, raffiguranti dei cherubini, ai lati della cassa incastrò quattro anelli in modo che questa potesse essere trasportata più agevolmente, senza toccarla, inserendovi due pali. All’interno dell’arca Mosè il profeta depose un po’ della manna raccolta durante la traversata del deserto, la magica verga con cui erano state scatenate le piaghe contro l’Egitto e separate le acque del Mar Rosso, ma soprattutto le Tavole dei Dieci Comandamenti, il segno tangibile dell’alleanza con Dio.
Mosè impose al suo popolo, per la custodia del sacro oggetto, tutta una serie di disposizioni tanto precise quanto incomprensibili.

Nel 587 a.C. le armate babilonesi sconfissero gli ebrei e li depredarono di ogni bene,compresa l'arca. Prima di quella data, una volta raggiunta la Terra Promessa, i leviti collocarono l’arca nel sancta sanctorum, una segretissima cella sotterranea di venti cubiti per venti nel Tempio di Gerusalemme.
Si diceva che l’arca, in particolari momenti, si illuminasse e fosse in grado di scatenare la potenza divina, annientando migliaia di persone. In che modo questo avvenisse non è chiaro. Ma certo è che le antiche cronache bibliche dicono che con l’arca alla loro testa gli ebrei riuscirono ad annientare le decine di tribù ostili incontrate durante l’esodo nel deserto del Sinai.Le folgori dell’arca avrebbero distrutto le armate degli Etei e dei Gergesei, dei Gebusei e degli Evei e di un’altra decina di popolazioni che vivevano nella fascia di Canaan nel XIIIº a.C. Che cosa fossero queste folgori divine non è chiaro. In alcuni passi la Bibbia sottintende la presenza di un non meglio identificato angelo sterminatore, mentre in vari versetti dell’Esodo e nel Secondo libro di Samuele si dice chiaramente che chiunque toccava l’arca moriva percosso da Dio. Come accadde ai figli di Aronne, sebbene fossero proprio loro gli esperti custodi della reliquia, e ad un certo Oza che, volendo impedire che l’arca si rovesciasse durante un trasporto, la afferrò con le mani e morì all’istante. Ma la più grande vittoria dell’arca resta la distruzione della città di Gerico. Riguardo questo episodio il Libro di Giosuè è molto chiaro. Per ordine di Dio per sei giorni le armate di Israele, guidate da sette sacerdoti che recavano sette trombe di corno d’ariete e l’arca dell’alleanza, girarono attorno ai bastioni ciclopici. «E al settimo giorno, sonate le trombe, le mura crollarono», afferma la Bibbia.

Ma se volessimo escludere l'intervento divino,e se la cronaca riferisse fatti realmente accaduti,quali altre spiegazioni si potrebbero dare?

Lo scrittore francese Robert Charroux dice che: «l’arca non era nulla di più che un’impressionante arma capace di sviluppare energia elettrica. Non dobbiamo dimenticare che Mosè, quando ancora veniva istruito come futuro faraone, aveva ricevuto dai sacerdoti egizi profonde nozioni alchemico-esoteriche di chimica, fisica e meteorologia tali da dare ragione di alcuni dei prodigi attribuitigli. L’arca dell’alleanza poteva essere una specie di forziere elettrico capace di produrre forti scariche dell’ordine dei 5-700 volt...» «L’arca era fatta di legno d’acacia - scrive il ricercatore - e rivestita di oro all’interno e all’esterno. Con questo stesso principio si costruiscono i condensatori elettrici, separati da un isolante che in quel caso era il legno. L’arca veniva posta in una zona secca, dove il campo magnetico naturale raggiunge normalmente i 600 volt per metro verticale, e si caricava. La sua stessa ghirlanda forse serviva a caricare il condensatore. Per spostarla i leviti passavano due stanghe dorate negli anelli, tanto che dalla ghirlanda al suolo la conduzione avveniva per presa di terra naturale, scaricandosi senza pericolo. Isolata, l’arca talvolta si aureolava di raggi di fuoco, di lampeggi, e, se toccata, dava scosse terribili. In pratica si comportava esattamente come una pila di Leyda...».

Secondo Charroux, dunque, l’arca altro non era che un’arma elettrica costruita sulla scorta di antiche conoscenze perdute e custodite solo dagli Iniziati egizi. Sempre grazie a queste conoscenze, che per il divulgatore svizzero Erich Von Daeniken erano invece di origine extraterrestre, Mosè avrebbe costruito un propiziatorio che funzionava come una radio a transistor. Solo in questo modo si spiegherebbe, per lo scrittore, il fatto che Mosè potesse parlare come ad un amico con il Signore Iddio.
Queste ipotesi potrebbero spiegare l' interesse delle altre popolazioni verso l’arca santa.

Il tempio di Gerusalemme, ove veniva custodita la sacra reliquia, venne saccheggiato molte volte: nel 925 a.C. dagli egiziani del faraone Soshenq Iº, nel 797 da Gioas re d’Israele, nel 621 dalle armate caldee e babilonesi.
Secondo il rabbino israeliano Goren:«Basterebbe scavare in corrispondenza della sua antica collocazione. - dichiara Goren -Purtroppo però adesso in quella zona sorge la spianata delle moschee islamiche di Gerusalemme e le autorità religiose preferiscono evitare qualsiasi scavo archeologico per evitare attriti con i musulmani...»
Secondo un’altra versione l’arca dell’alleanza si troverebbe ad Axum, in Etiopia. A portarcela sarebbe stato un certo Menelik, che la tradizione vuole nato dal matrimonio di re Salomone con Makeda, la regina di Saba. Il figlio della giovane ed avvenente etiope, d’accordo con un pugno di ebrei ribelli, avrebbe rubato l’arca trasportandola segretamente ad Axum. E grazie ai poteri della stessa, i falascià di Menelik, cioè gli ebrei etiopi, avrebbero sollevato senza sforzo le centinaia di tonnellate dei giganteschi obelischi eretti ad Axum.

Questa vicenda ha affascinato le decine di ricercatori che si sono messi sulle tracce dell’arca, dall’archeologo ebreo Vendil Indiana Jones, ispiratore dell’omonimo personaggio televisivo, allo studioso inglese Graham Hancock, un esperto di storia templare convinto che il sacro cofano sia custodito in una cappella nel lago Tana in Etiopia. Sfortunatamente, ognuna delle circa ventimila chiese copte dell’Etiopia custodisce una copia dell’arca. Trovare quella autentica è dunque una impresa quasi impossibile.
Ma forse i professori Vincenzo Francaviglia, direttore del CNR per le tecnologie applicate ai Beni culturali, Giuseppe Infranca dell’Università di Reggio Calabria e l’architetto Paolo Alberto Rossi del Politecnico di Milano sono riusciti nell'impossibile: «Nel 1990 ci trovavamo ad Axum per un invito ufficiale del governo etiopico - ha raccontato il professor Francaviglia alla stampa - e, dopo una serie di cerimonie, venne organizzato un incontro con l’abuna, la massima autorità religiosa. Questi ci ricevette con i paramenti solenni e ci condusse a visitare la vecchia chiesa cristiana S.Maria di Sion ad Axum, una chiesa costruita nel Seicento dall’imperatore Fasiladas...Dietro l’altare maggiore, protetta da un baldacchino di velluto rosso con ricami, c’era l’arca. L’abuna non voleva affatto mostrarcela. Ma un giovane chierico aprì la tenda e noi potemmo vedere una cassa di legno scuro, lunga un metro e alta sessanta centimetri, con il tetto a doppio spiovente. Non c’erano più le lamine d’oro e la superficie stessa appariva deteriorata. Appena l’abuna si accorse che stavano osservando l’arca, rimproverò aspramente il chierico, ordinandogli di abbassare immediatamente la tenda...»

Secondo la religione copta, difatti, non è concesso a nessuno di vedere l’arca.
Curiosamente tutti queste narrazioni sembrano dimenticare quanto scrive la Bibbia nel Secondo libro dei Maccabei, allorché viene raccontato dettagliatamente di come il profeta Geremia, salito sul monte Nebo, abbia deciso di nascondere l’arca «in un antro» poi murato, probabilmente per sottrarre il prezioso reperto alla furia delle armate del sovrano babilonese Nabucodonosor, che cingevano d’assedio Gerusalemme nel 587 a.C. Lo stesso Geremia, forse pentitosi della sua decisione, non sarebbe stato poi più in grado di ritrovare il punto esatto ove l’arca era stata nascosta. Sempre nel testo biblico, nell’Apocalisse, è scritto che l’arca riapparirà nei giorni del giudizio universale. In quel tempo «si riaprirà il tempio Dio in cielo e l’arca dell’alleanza apparirà fra le nubi».

Secondo i dati della Bibbia e alcune in formazioni storiche, si possono fare delle ipotesi sulla possibile collocazione attuale dell'arca:

1) Nel 925 a.C. a Bubasti in Egitto i soldati del faraone Soshenq Iº saccheggiarono il tempio di Gerusalemme. L’arca potrebbe essere stata rubata e portata nell’antica capitale del Regno, non lontano da Tanis (Samaria ,Palestina) . Sfuggita al saccheggio egiziano, la cassa poteva essere caduta nelle mani di re Gioas di Israele nel 797 a.C., durante una lotta civile fra i popoli della Palestina. Babilonia, Mesopotamia. Nel 587 a.C. le armate caldee e babilonesi di re Nabucodonosor abbatterono il regno di Giudea e distrussero Gerusalemme, depredando il tempio.
2) Axum, Etiopia: le autorità religiose copte affermano che l’arca si troverebbe nella Chiesa di S.Maria di Sion o in una delle oltre ventimila chiese dell’Etiopia.
3) Il negus Hailè Selassiè vantava di avere fra i suoi tesori l’arca di Mosè. In tal caso, il posto migliore per nasconderla era una discreta banca della Svizzera.
4) Ma potrebbe anche darsi che l’arca, a seguito delle crociate nell’anno Mille, sia stata ritrovata dai templari (un’antica tradizione parla di un misterioso oggetto sacro ricevuto da questi ultimi dalla setta islamica dei Custodi Hashashin di Hassan Ibn Sabbah) e portata a Roma. In questo caso essa si troverebbe in qualche stanza segreta dei leggendari scantinati della Santa Sede. Di quest’idea è il rabbino capo Zvi Vinman di Gerusalemme, che, a proposito di una sua visita nei sotterranei vaticani, ha raccontato: «Trovai molti oggetti che i cristiani avevano strappato agli ebrei. Ma non vollero mostrarmi una stanza. Quando avanzai l’ipotesi che vi fossero conservati i tesori del tempio di Gerusalemme ricevetti, in risposta, un sorriso carico di misteri...»
5) Norimberga, Germania. Le truppe del führer potrebbero avere scoperto l’arca durante una delle loro segretissime missioni archeologiche. In caso di successo il prezioso tabernacolo potrebbe essere finito nella chiesa di S.Caterina a Norimberga, ove sul finire degli anni Trenta Hitler custodiva i sui tesori.
6) Mosca, C.S.I. Con la caduta di Berlino, le truppe di liberazione sovietiche, mettendo le mani sulle armi segrete del Reich, potrebbero avere scoperto l’arca. Non capendone bene l’utilità, potrebbero averla imballata ed accantonata in qualche scantinato del Cremlino che, come è noto, è ricchissimo di sotterranei, molti dei quali attualmente impraticabili o dimenticati.

Tratto da :digilander.libero.it
Francesco




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14 novembre 2006

Napoli esoterica



Invitato dal Fratello Anabasi, un po’ di tempo fa, ad inviargli un elenco di possibili itinerari esoterici napoletani, ho finalmente esaudito ieri il desiderio di quel profondo ricercatore quale egli è. La lista, manco a dirlo, mi fu donata dal compianto Mario Buonoconto e comprende alcuni siti ben noti ai ricercatori esoterici che si recano a Napoli ed altri meno conosciuti, ma forse proprio per questo più interessanti. Vale la pena, comunque conoscere questo lato di Napoli, forse ancora non violato dalle pagine di cronaca nera e dalle immagini da cartolina troppo spesso offerte. Se volete una guida turistica per fare questo tour alternativo chiedete pure di…Martin Rua!

Ecco la lista che ho inviato ad Anabasi, che spero non me ne voglia per il fatto di divulgarla sul mio blog…

 

 

.1 Il “bugnato” del Gesù Nuovo con la maledizione dei Sanseverino

.2 Cappella Sansevero

.3 Piazza San Gaetano: il Tempio di Castore e Polluce legato ai riti magici campano-romani; la Neapolis sotto San Lorenzo; via San Gregorio Armeno: a) collegio delle Sacerdotesse, “riti” della fecondità; b) manna di Santa Patrizia

.4 Castel dell’Ovo (Virgilio Mago) – celle/tombe dei monaci basiliani (grotte/laboratori di alchimisti medievali)

.5 Le grotte Platamonie (Via Chiatamone) e i riti orgiastici (il garage di Via Morelli)

.6 Le segrete del Maschio Angioino con le “mummie” aragonesi (“riti demoniaci”?); la segreta del coccodrillo

.7 Il diavolo di Mergellina; la scuola di Virgilio e la casa degli spiriti (ruderi di epoca romana); i “misteri” dell’uomo pesce

.8 Via Mezzocannone: Orione e la setta dei Figli di Nettuno; i Pozzi magici

.9  Forcella e i “riti” del Monastero di S.Arcangelo a Baiano; il Mitreo di vico Carminiello ai Mannesi; i bassi e la fattura

.10 Alla Sanità: le Catacombe di San Gaudioso (cemeterium) con i sedili “essiccatoi” e i cadaveri “murati”

 

 

Bon voyage…




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13 novembre 2006

'O Munaciello



La recente visita su questo blog dell’amico Ciro Monacella mi ha dato l’idea di scrivere qualcosa su una storia esoterica tutta napoletana. Sto parlando del Munaciello, il fraticello che s’insinua di notte nelle case partenopee più antiche.

Come sempre mi succede, però, quando cerco di mettere mano a storie misteriose o curiose della mia città, trovo davanti a me l’enorme mole del Professore Buonoconto che, con la sua Napoli Esoterica, ha scritto un capitolo importante della storia segreta della città della sirena. Non posso far altro, allora, che «copiare e incollare» il paragrafo che il Professore dedica alla figura del Munaciello, sperando che, dall’Oriente Eterno, il Fratello Buonoconto gradisca la citazione e non mi compaia davanti stanotte – magari sotto forma di Munaciello – per tirami le orecchie!

 

‘O Munaciello

(tratto da Mario Buonoconto, Napoli Esoterica, Tascabili Economici Newton, Roma 1996)

 

"Il personaggio esoterico più noto e temuto-amato dal popolo napoletano resta «’o Munaciello», sorta di spiritello bizzarro che si comporta sempre in modo imprevedibile e sul quale sono sorte infinite leggende metropolitane e detti popolari. È così vasta la testimonianza che riguarda questa simpatica «entità» che non vi è posto per nessun dubbio sulle sue «manifestazioni», che spesso sono oggetto di vivaci discussioni – da «basso» a «basso» – su come «onorare» questo spiritello che si mostra in forma di vecchio-bambino vestito col saio dei trovatelli accolti nei conventi. Scalzo, scheletrico, lascia delle monete sul luogo delle sua apparizione come se volesse ripagare le persone, in genere fanciulle procaci ed allegre, dello spavento provato o di incofessate (dalle fanciulle) confidenze «palpatorie» che ama a volte concedersi. Secondo una radicata tradizione «’o Munaciello» era il soprannome dato ad un trovatello – molto malato – effettivamente vissuto in un imprecisato periodo tra il primo ed il secondo Rinascimento, morto in giovane età, e noto per la sua dolce vivacità nonostante una debilitante malattia, a sua volta non ben definita. Gli occultisti pensano che questa versione se la sia inventata il popolo, arricchendola via via di caratteristiche «bonarie», per non accettare le teoria – più esotericamente giusta – di una presenza «demoniaca» (spesso le forse del Maligno prendono l’aspetto di un frate per meglio ingannare le vittime) che tenterebbe ogni volta, con piccoli e grandi doni, di «comprarsi» un’anima. Ma si ha contezza di cospicui ritrovamenti di danaro e di situazioni divenute di colpo favorevoli, attribuiti al Munaciello, che non hanno necessariamente comportato la prevista «crusca» rendendo molto commestibile e nutriente questa «farina del Diavolo»! E allora? Allora il popolino, ancora e nonostante tutto, si augura, con un tantino di sacro timore, la «visita» del lascivo e dispettoso Munaciello, atteso spesso inutilmente tutta una vita.”

 

Questa è la versione della leggenda nelle parole di Mario Buonoconto. Lui credeva nell’anima esoterica di Napoli, in quel lato oscuro e suadente della città della sirena.

Rischiando di far adirare l’anima del Professore, rischio un’altra interpretazione della figura del Munaciello; un’interpretazione socio-antropologica sposata dagli studiosi meno propensi a credere al soprannaturale.

Bisogna sapere, infatti, che nel sottosuolo di Napoli vi è praticamente un’altra città. Una città fatta di cunicoli, gallerie, antiche cisterne greco-romane, rifugi anti-aerei, passaggi segreti e quant’altro. Le cisterne menzionate servivano, fino all’epoca moderna, per raccogliere l’acqua dai pozzi pubblici ma anche da quelli privati, o condominiali. Naturalmente queste gallerie e cisterne avevano bisogno di manutenzione e così esisteva un «corpo» specializzato di operai addetti a questo lavoro «umido»: i pozzari.

Si trattava per lo più di ragazzi o comunque uomini esili ed atletici, giacché non era facile scendere nelle viscere della terra, attraverso stretti cunicoli, per ripulire le cisterne e i pozzi. Questi pozzari usavano indossare una sorta di impermeabile con cappuccio, simile ad un lungo saio, per proteggersi dall’umidità. Si aggiravano spesso di notte con lanterne, il che rendeva il loro aspetto piuttosto lugubre. Questo loro lavoro, inoltre, li rendeva particolarmente esperti della rete di cunicoli e gallerie che corre sotto Napoli; li rendeva, quindi, esperti della dislocazione delle dimore più facoltose della città. Grazie a tale conoscenza «esoterica» della topografia partenopea, i pozzari potevano agilmente entrare, attraverso i pozzi, nei palazzi dei ricchi per arrotondare il loro misero guadagno con qualche furtarello. Poteva capitare, però, di essere sorpresi dai padroni di casa, nel cuore della notte, ed essere costretti a lasciare la refurtiva. Gli ignari proprietari della casa si ritrovavano così, in regalo, qualche gioiello lasciato cadere dal…Munaciello.

Dov’è la verità? Da parte mia sospendo il giudizio per due motivi: il primo è la mia propensione a non credere che tutto quanto vedono i miei occhi sia, necessariamente, la verità; il secondo è il mio spirito d’indagine antropologica, che cerca di risalire ad una eventuale realtà storica nello studio di fiabe e leggende.

Così spero che il Professore Buonoconto mi perdoni!





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31 ottobre 2006

Halloween



Ben prima che papa Bonifacio IV (610 d.C.) istituisse, il 13 maggio, la festa in onore dei morti cristiani e Gregorio III (731-741) – secondo altri San Odilone di Cluny nel 1048 – la spostasse nel giorno del 1° novembre, esisteva una festa presso i popoli celtici per celebrare la fine del periodo di luce, l’estate. Tale ricorrenza segnava il capodanno celtico ed era chiamata Festa di Samhain (fine dell’estate). Il giorno di Samhain era considerato fuori dalla dimensione spazio-temporale del vivere quotidiano: era in un certo senso una festività liminale, come potrebbe definirla l’antropologo Van Gennep. Una festa di confine, un varco fra due mondi e due periodi dell’anno. Attraverso tale varco potevano passare entità ultraterrene. I morti e gli spiriti.

I celti non pensavano che i morti fossero pericolosi, tuttavia offrivano loro del cibo nel giorno di Samhain per ingraziarseli in vista del rigido inverno. Lasciavano, in altre parole, del cibo sulle mense (trick or treat! Dolcetto o scherzetto…).

Tra gli spiriti grande considerazione era riservata alle fate e agli elfi che non erano entità cattive, ma potevano diventare pericolose e provocare incidenti e scherzi feroci. Anche a loro veniva offerto del cibo. Da ciò è nata, nel tempo, l’usanza per i bambini dei paesi anglosassoni di mascherarsi da mostri, vampiri e diavoli e andare in giro a chieder dolci.

Si diceva che, ad un certo punto, la festa inizialmente istituita per il giorno del 13 maggio fu spostata al 1° novembre, per farla coincidere con l’antica festa celtica. Un’usanza tipica del cristianesimo per cercare di avvicinare popoli diversi facendo loro riconoscere nelle festività cristiane le più antiche feste pagane. Fu così che la festa del 1° novembre venne dedicata ai santi cristiani e quella del 2 novembre ai defunti. Nei paesi anglosassoni il 1° novembre divenne dunque Hallowmas ovvero Ognissanti, e la vigilia divenne All Hallows Eve. Halloween.

Una caratteristica tipica di Halloween è quella di esporre delle zucche scavate e intagliate con le fattezze di un volto umano illuminate dall’interno con una candela, i c.d. Jack-o'-lantern. Si tratta di un’usanza originaria dell’Irlanda ed è legata ad una leggenda: Jack, un pigro ma astuto fattore, usò una croce per ingannare il diavolo, poi si rifiutò di liberarlo a meno che non acconsentisse di non farlo mai entrare all'inferno. Il diavolo accettò. Quando Jack morì, aveva peccato così tanto che non poté essere accolto in paradiso, ma neanche all’inferno, poiché il diavolo mantenne la promessa e non lo lasciò entrare.

Così Jack intagliò una delle sue rape (prima dell’arrivo delle zucche americane si usavano le rape) , ci mise una candela dentro e cominciò a vagare senza fine per il mondo alla ricerca di un posto dove riposare. Egli divenne noto come Jack della Lanterna. Jack-o'-Lantern.

Possiamo, dunque, dire che una festa dedicata ai morti e ai santi c’è sempre stata nella cultura c.d. occidentale; è altrettanto vero che l’usanza di mascherarsi da diavoli e vampiri e fare scherzetti in questo periodo, non appartiene esattamente alla cultura italiana. Personalmente mi ha sempre affascinato la festa di Halloween, fin da piccolo, ma trovo che la recente diffusione nel Belpaese di questa festa sia solo l’ennesima trovata commerciale.

Come ha ironicamente sottolineato Luciana Littizzetto domenica scorsa “importiamo solo le cose più stupide dagli americani!”

 


 




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18 ottobre 2006

Il Castel dell'Ovo. Un mito alchemico



La storia di una città antica è sempre costellata di eventi straordinari e leggendari. Eventi talvolta legati alla sua fondazione o a personaggi importanti che l’hanno abitata. Napoli non è da meno. Vi voglio parlare infatti della leggenda legata ad uno dei più famosi monumenti partenopei: il Castel dell’Ovo.

Il Castello sorge su un’isoletta che si chiama Megaride. Su quest’isola si fermarono i primi coloni greci, provenienti forse da Cuma, nell’ormai lontano VIII secolo prima dell’era cristiana. Qui, infatti, sorse il primo insediamento greco della nostra città, che si espanse poi rapidamente sulla costa di fronte all’isola. In particolare i coloni costruirono parte di questo primo villaggio partenopeo sulla collina di Pizzofalcone dove, secondo la leggenda, fu sepolto il corpo della sirena Partenope, morta di crepacuore per non essere riuscita ad incantare l’astuto Ulisse.

Ma torniamo al Castello. Dopo l’epoca greca, sull’isola sorse una magnifica villa appartenente a Lucio Licinio Lucullo, generale e uomo politico romano. Si ricordano i banchetti offerti da Lucullo in questo suo castrum lucullianum, tanto che pranzo luculliano è diventato un modo dire per denotare un pasto notevole…

Secolo dopo secolo le sorti dell’isola sono cambiate a seconda dei proprietari: vi sorse un monastero basiliano, una residenza reale, una fortezza, una prigione…

A noi interessa un episodio legato al periodo romano, ma divulgato a partire dal XII secolo. Si tratta di un evento legato ad un personaggio della letteratura latina e della storia napoletana assai noto. Virgilio.

Secondo la leggenda, il buon Virgilio, che non era esattamente napoletano (Mantua me genuit…), si dilettava anche di magia oltre che di narrativa: non a caso, Dante (che era membro della corporazione degli speziali, affini agli alchimisti…) lo sceglie come guida per il suo viaggio nell’Oltretomba. Dunque, a Napoli Virgilio è conosciuto come Virgilio Mago. Ebbene, il poeta mantovano, tra le altre mirabolanti imprese a lui attribuite, sarebbe stato l’artefice di un talismano assai potente: una bottiglia dal collo stretto e lungo contenente un uovo appena colto. Avrebbe poi sospeso tale bottiglia ad una trave di quercia (albero assai importante nella simbologia alchemica…) in un luogo segreto del Castello. Del Castello? Ma se il Virgilio Mago partenopeo è lo stesso dell’Eneide come è possibile che avesse sepolto l’uovo nel Castello, non esistendo ancora nessun Castello ai suoi tempi? Misteri partenopei.

Comunque quest’uovo avrebbe assicurato la buona sorte della fortezza fintanto che fosse rimasto integro. Tale amuleto, secondo questa versione della leggenda, avrebbe dato il nome all’isola e al Castello.

A parte tutte le considerazioni sulla figura di Virgilio, per le quali rimando all’interessante scritto di Paolo Izzo, è interessante sottolineare il fatto che si parla di un uovo. Sappiamo bene che vi è uno strumento alchemico noto come uovo filosofico, una sorta di forno o contenitore all’interno del quale avvengono alcune fasi della Grande Opera. Vi è da notare ancora il fatto che l’amuleto viene sospeso ad una trave di quercia, (in francese chêne, cabalisticamente affine al greco chaino, imperfetto presente di chasko, ovvero spalanco, apro. La quercia alchemica rappresenta quella sostanza che “apre” la materia) chiuso in una gabbia, nelle fondamenta (nella terra del Castello). Troppi riferimenti per non rendersi conto che si tratta di un messaggio simbolico della scuola alchemica napoletana. Leggendo nella giusta sequenza tutti questi simboli si perviene a comprendere come operare nella prima fase della Grande Opera, quella che attraverso l’uso del v.i.t.r.i.o.l. (visita interiora terrae rectificandoque invenies occultum lapidem…) crea la Materia Prima.

A questo punto sembra chiaro come il nome di Virgilio sia stato preso in prestito dagli alchimisti partenopei per trasmettersi i loro segreti. Un segreto nascosto alla perfezione dietro una tipica leggenda napoletana, di quelle buone da raccontare ai turisti.




Loggia virtuale "Corto Maltese"
Le tavole della tornata del 18/10 le trovate sul blog di ANDREAS. Il tema proposto è LA PORTA DEL TEMPIO.

Buona lettura!!!



 




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6 ottobre 2006

De alchimia


Notre Dame de Paris - operazione alchemica

La Massoneria non riconosce limiti particolari al suo campo di studi. Tutto ciò che ha a che fare con le discipline esoteriche è ben accetto, senza naturalmente includere tra queste satanismo e idiozie consimili.

Possiamo quindi citare la Cabala, la geometria simbolica, l’ermetismo, lo gnosticismo, lo studio delle leggende, degli usi e costumi che hanno legami con l’esoterismo, l’astrologia e, ultima ma non per importanza, l’alchimia.

Probabilmente questo vasto campo di interesse, col passare dl tempo, ha un po’ impoverito i contenuti, nel senso che non si possono conoscere bene tutti questi argomenti. Per la sola Cabala, ad esempio, una vita non basta. Ecco che, allora, la Massoneria del Terzo millennio è sempre più orientata a diventare un’Istituzione secolarizzata, nel senso che le sue azioni sono sempre più rivolte al sociale (nei limiti della sua impostazione iniziatica) e sempre meno allo studio e all’applicazione delle discipline esoteriche. La causa va ricercata, tra le altre cose, nel tentativo di rendere sempre meno oscura e sempre più rassicurante la Libera Muratoria. Con la conseguenza che stiamo perdendo saperi e conoscenze che fino al XIX secolo ancora venivano tramandati tra le colonne dei templi. Saperi e conoscenze come quelli che compongono il grande libro dell’Arte Reale. L’alchimia, per intenderci.

Ci viene detto, sempre più spesso, che l’opera alchemica non era altro che una pratica per migliorarsi, attraverso l’uso di simboli e formule. L’alchimista non era altro che un mistico che lavorava su sé stesso per tramutare il suo piombo interiore in oro. Vero. Ma anche falsissimo. L’alchimia era (ed è, perché gli alchimisti esistono ancora e sono anche in buona salute…) una disciplina, un’Arte, PRATICA. Siamo noi che, con la perdita delle istruzioni per operare alchemicamente, l’abbiamo semplificata e resa morale. Così tutti posso diventare alchimisti. Il punto, però, è che non si capisce come si possa addivenire ad una qualsivoglia illuminazione lambiccandosi il cervello su draghi rossi o verdi, mercurio, antimonio, athanor e quant’altro. Ovvero interpretando questi simboli solo in senso astratto, ritenendo dunque che si sta parlando di spirito umano, anima umana, Ego, coscienza e chi più ne ha più ne metta. No cari Fratelli, no cari amici. L’alchimista era un operatore nel vero senso della parola. Dietro termini apparentemente fantasiosi come Drago Rosso si celano sostanze realmente esistenti; dietro frasi oscure del tipo dalla morte e putrefazione otterrai un corvo nero si cela un preciso procedimento che possiamo, approssimativamente, definire chimico.

Molto di questo corpus di operazioni è stato celato (ma sotto gli occhi di tutti), ad esempio, nelle facciate delle cattedrali, in dipinti, in luoghi affascinanti e oscuri come la Cappella Sansevero a Napoli. Ma anche in alcuni rituali massonici troviamo indicazioni su come procedere con operazioni alchemiche ben precise. Ma chi lo sa ormai? Quanti di noi Massoni, che pure ci riteniamo iniziati, possiamo ben dire di comprendere i simboli del Tempio o del grado che conseguiamo. Pochi. Veramente pochi. Me compreso.

Questo mio scritto è una piccola provocazione, un invito a cercare e recuperare – se non è già troppo tardi – un sapere millenario come l’alchimia, affinché non scompaia per sempre, avvolto dal mistero e pietrificato nelle meravigliose architetture delle cattedrali gotiche…




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19 settembre 2006

San Gennaro: il sangue e la città



Loggia "Corto Maltese"
1 giorno alla prima tornata





  

Ci sono due date per i fedeli napoletani che sono forse più sacre del Natale: il 19 settembre e la prima domenica di maggio. In questi due giorni, infatti, avviene il miracolo di San Gennaro, la liquefazione dei sacri grumi.

Centinaia di persone si accalcano nella cattedrale di Napoli invocando il santo; le donne incaricate della preghiere, le c.d. “parenti di San Gennaro”, sono nei primi banchi; il vescovo è sull’altare maggiore che oscilla le ampolle circondato dal clero.

Via via che la cerimonia procede e il sangue non si liquefa, le preghiere delle “parenti” si fanno sempre più rumorose, quelli che erano sospiri di invocazione al santo diventano urla disperate e poi, se nulla accade, insulti alla “faccia gialla” che non si muove a fare il miracolo. Se questo avviene, seppure con ritardo, la cattedrale esplode in urla di gioia e commozione. Napoli è salva!

Ma cosa si cela dietro questo miracolo? Secondo il Professore Buonoconto, esperto esoterista napoletano, l’antica scuola alchemica napoletana ci ha messo lo zampino: nella ampolle non ci sarebbe sangue, ma un liquido creato alchemicamente che reagisce alla vicinanza “metallica” del busto di San Gennaro, nonché alle sollecitazioni “sonore” delle urla delle parenti. Questo insieme di azioni favorirebbe la liquefazione. Perché allora, pur concorrendo sempre lo stesso mix di azioni, il miracolo non sempre avviene? Evidentemente non tutti gli operatori, in quei rari casi, agiscono nel modo “giusto e perfetto” e così l’opera alchemica non ha luogo.

Dov’è la verità? fino a che non saranno consentite analisi direttamente sul contenuto delle ampolle (ma alla Chiesa, che diplomaticamente non riconosce il miracolo, non conviene…ci sono in gioco un mucchio di soldi!), possiamo solo fare congetture.
Io non posso che sospendere il giudizio, anche se, dato il mio “background”, trovo l’ipotesi alchemica molto plausibile…




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